L’ULTIMO CIAK DI GENE HACKMAN
Santa Fe, New Mexico. 17 febbraio 2025. Un’uscita di scena degna di un villain da cinecomic e con un plot twist degno del miglior noir hollywoodiano. Gene Hackman ci ha lasciato come solo Lex Luthor avrebbe potuto fare: con un colpo di teatro tragico, grottesco e assolutamente spettacolare. Certo, la kryptonite dell’alzheimer lo aveva ormai debilitato, ma anche nel declino ha saputo mantenere un’aura da protagonista fino all’ultimo ciak.
Il copione della sua morte? Più surreale di un film di David Lynch. Hackman è sopravvissuto per una lunga settimana alla moglie e badante, Betsy Arakawa, una talentuosa pianista, deceduta in seguito a un’infezione da hantavirus polmonare trasmesso dai topi. Se non fosse già abbastanza inquietante, ecco il subplot: uno dei tre loro cani, reduce da un intervento veterinario, è rimasto chiuso in una gabbia nel bagno ed è morto di fame e di sete, mentre gli altri due hanno reagito in modo opposto al dramma domestico. Uno ha vegliato il cadavere di Betsy, come un fedele compagno di tragedia, mentre l’altro, apparentemente ignaro del film dell’orrore che si stava consumando in casa, continuava a gironzolare in giardino, forse alla ricerca di una sceneggiatura meno cruenta.
E così, il sipario è calato su un attore che ha attraversato la storia del cinema con la stessa versatilità con cui ha lasciato questa valle di lacrime. Un uomo che ha dato vita a personaggi memorabili in pellicole che hanno fatto scuola: da “Il Braccio Violento della Legge” (1971) di William Friedkin, passando per il “Superman” (1978) di Richard Donner, dove il suo Lex Luthor è ancora oggi il villain per eccellenza. E ancora, “Mississippi Burning” (1988), “Gli Spietati” (1992) di Clint Eastwood, “Nemico Pubblico” (1998) di Tony Scott, fino a “Frankenstein Junior” (1974) di Mel Brooks, dove in un cameo indimenticabile ha dimostrato che il suo talento spaziava ben oltre il dramma e il thriller.
Poliedrico, carismatico, indimenticabile. Anche nella morte, Hackman ha saputo regalarci un colpo di scena che sarebbe piaciuto al miglior sceneggiatore di Hollywood. Lex Luthor ne sarebbe orgoglioso. Superman, forse, un po’ meno.
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